"Siamo governati da un noto puttaniere che si chiama Berlusconi". A darci la notizia, senza troppi giri di parole, è il Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, che in un colpo solo attacca il Presidente del Consiglio del Ministri, omaggia la lingua italiana e augura buon inizio dell’anno scolastico a tanti giovani studenti toscani. Ora, il fatto è che io vorrei provare a difenderlo Rossi. Uno che si sarà sentito come il tizio che invitato ad una cena di gala cerca di attirare l’attenzione dei commensali raccontando una barzelletta sconcia. La battuta finale. Il guardarsi intorno in attesa della risata corale. E sentire soltanto un silenzio agghiacciato ed agghiacciante. Solidarietà al compagno Enrico Rossi. Perché lo si può pure capire. Il Renzi va avanti da mesi a far battute irriverenti sui vice disastri, sui vecchi da rottamare, sulla rava e sulla fava. Ed ogni volta si becca paginate di giornali, inviti in radio e in televisione. E Rossi? Intanto Rossi non è Renzi. Non ha trent’anni. Non ha la battuta pronta. Non ha soprattutto il profilo adatto. Un comunista pisano (per la verità di Pontedera) mal si concilia con lo sloganismo mediatico. Eppure io ce lo vedo Rossi che non intende arrendersi all’idea. Me lo immagino lo sforzo di farsi violenza, fare violenza al proprio carattere, alla propria educazione, alla propria storia. Farlo in nome della necessità di raggiungere lo scopo, perché compagni, noi non ci s’arrende davanti a niente. E allora si mette da parte la paura di sbagliare, ci si tira via il sudore dalla fronte e ci si butta. “Berlusconi è un puttaniere”. Ecco, il danno è fatto. Perché per un comunista pisano la fantasia è un vizio borghese, come potrebbe farsi venire in mente una battuta, non dico originale, ma almeno divertente? E dire che c’avrà pure pensato. Si sarà pure convinto che era carina, che faceva ridere. E così si è sistemato in ghingheri come il tizio che si prepara ad andare alla cena di gala. Si sarà ripassato la battuta a memoria in attesa di poterla sfoggiare. E poi eccolo lì. Ci si può immaginare la scena al rallenty. Lui che inizia ad articolare la frase e tu che sai già dove andrà a parare. Vorresti fermarlo, dirgli che c’è chi nasce biondo e c’è chi nasce moro, che c’è chi sa fare le società della salute e chi sa fare le battute ai giornali, ricordargli c’è chi nasce democristiano a Rignano e chi comunista a Pontedera, che insomma ciascuno deve seguire una strada, ma che sia la propria. Tardi. Troppo tardi. La battuta è finita. Il gelo cala sul povero Enrico. Che adesso dovrà svolgere una riflessione interna al partito per analizzare le problematiche comunicative del discorso rivoluzionario.